La duplice percezione della Donna di Ibn ‘Arabî

La Donna come Essere Umano e come Principio Cosmico 

Un colosso della scienza islamica come Muhyiddin Ibn ‘Arabî (AH 560-638), vissuto oltre otto secoli or sono, dichiarò che uomini e donne sono assolutamente uguali in termini di potenzialità umane. Il “grado” di superiorità conferito agli uomini rispetto alle donne, viene da lui ridotto ad una mera questione ontologica - ovvero che riguarda l’essere in generale, nelle sue strutture essenziali, abolendo le rappresentazioni dell’universo declinate al singolare maschile e preferendo, invece, una concezione binaria coniugale, ove femminile e maschile sono accoppiati in una necessaria unità cosmica, sia a livello di creazione che di gnosi (conoscenza superiore di origine divina).

Muhyiddin Ibn ‘Arabî presentò così una nuova immagine della donna nella storia della cultura islamica. Tale immagine è sicuramente degna di essere fonte di ispirazioni per i musulmani contemporanei, fondamento di un riassestamento delle loro nozioni e concezioni sulle donne nell’Islam, che spinga la ruota del cambiamento culturale nella giusta direzione.

La donna come Essere Umano

Ibn ‘Arabî concepisce la realtà umana come unica tra tutti gli essere umani, sia maschili che femminili. I due generi sono uguali rispetto all’umanità e tale è la loro origine. Maschile e femminile sono stati transitori/casuali dell’essenza umana. Dice infatti: “L’umanità unisce maschile e femminile, che sono contingenze (transitorietà), non realtà immutabili.” Inoltre: “Eva venne creata da Adamo e in virtù di ciò è determinata in ambo i sensi (hukm): in senso maschile in virtù della sua origine e in senso femminile in virtù della contingenza”. Basandosi su questa uguaglianza di genere in qualità di essere umano, la donna è automaticamente qualificata a prestare servizio nelle stesse occupazioni degli uomini e possiede l’attitudine a tutte le attività intellettuali e spirituali.

Attitudine femminile alla Conoscenza

Molte scritture ci tramandano l’evidente e diretta partecipazione femminile alla vita culturale e politica. Già dai tempi del Profeta e dei Suoi Compagni (SAW), perdurando nei primi secoli dell’Egira. Questa situazione inizia a spegnersi con l’arrivo dei secoli bui, quando il ruolo femminile passa dalla libertà nella vita pubblica ad un ruolo di proprietà e schiavitù - sia come risultato di compravendita che di prigionia bellica. Questo generò una nuova relazione di disuguaglianza tra uomini e donne, ovvero tra potenti proprietari e indifesa proprietà, senza risparmiarsi di usare colpa e inganno per il proprio tornaconto personale.

A dispetto dell’apparente rivoluzionarietà rispetto alla vita delle società maschili e femminili, i circoli sufi rimasero per la maggior parte aperti ad entrambi i generi, guardando alle donne come esseri umani e non come “femmine”, ovvero come persone con le stesse potenzialità alla vicinanza e conoscenza divine degli uomini.

Ibn ‘Arabî sviluppa ulteriormente la visione dei sufi che lo avevano preceduto, riguardo alle donne come persone di conoscenza e gnosi. Le donne si manifestano nei suoi scritti sotto due aspetti: il tasawwuf ed il fiqh (conoscenza diretta).

La donna come Maestra Spirituale, Shaykh Guida e Madre Divina

Questa caratterizzazione della donna venne personificata da una Sapiente di Siviglia, Fatima bint al-Muthanna da Cordoba. Durante la sua giovinezza, Ibn ‘Arabî stesso la servì per circa due anni. Si trattò del più lungo periodo da lui trascorso in compagnia di uno gnostico sufi. Si noti che in questo contesto le parole “servire” e “compagnia” sono utilizzate secondo la terminologia del tasawwuf: significano infatti “apprendere”, “ricevere”, “essere lucidati e plasmati in virtù dall’associazione, dalla compagnia e dal servizio (hismet)”, tutti concetti svelati dal sufismo in un metodo educativo molto diverso da quello del faqih, che invece richiede una sorta di alimentazione forzata intellettuale. Quando Ibn ‘Arabî dice “ho servito”, intende che considerava colui che stava servendo come suo Shaykh, una guida ed un Maestro spirituale. Dunque, Fatima bint al-Muthanna era per Ibn ‘Arabî tutto ciò che uno Shaykh è per il suo murid.

Ibn ‘Arabî, il murid, riconosce il ruolo che la gnostica di Siviglia ebbe nella sua nuova nascita e accettò da lei la trasmissione spirituale, cosa che non fece per nessuno degli altri Shaykh che accompagnò e servì nel corso della sua esistenza. Ella fu l’unica che lui chiamò “madre” ed infatti lei così si rivolgeva a lui: “Io sono la tua madre divina e la luce della tua madre terrestre”.

L’influenza di questa sapiente nella rinascita di Ibn ‘Arabî appare in alcuni passaggi da lui riportati nelle Futuhat, che includono le contemplazione della Maestra e i doni della santità che le erano stati accordati. Ella usava dirgli, ad esempio: “Mi meraviglio di colui che dice di amare Allah ma non fa parte della Sua gioia, perché Allah è ciò che lui testimonia, Allah lo osserva da ciascun occhio e non si nasconde da lui, nemmeno per un momento”.

Ibn ‘Arabî venne a conoscenza della stazione spirituale della sua Maestra quando lei gli disse che la Fatiha del Corano era sua servitrice. Lui apprese ciò in prima persona, quando la Maestra recitò la Fatiha per una questione che le stava a cuore, da lui assistita. In conseguenza della sua recitazione, la Maestra creò un’eterea immagine tridimensionale della Fatiha, alla quale chiese di svolgere alcuni compiti. Egli riporta anche che apprese dalla Maestra delle conoscenze nel campo delle scienze delle lettere, una delle Scienze dei Santi.

Dunque, la gnostica di Siviglia si manifestò nella vita di Ibn ‘Arabî in qualità di Santo-guida e Maestro Spirituale e lui non fu mai imbarazzato di essere suo discepolo, né di sottomettersi alla sua guida, né di occupare il ruolo di murid dinnanzi alla sua sapienza. Tutto ciò è una prova tangibile della dichiarazione di Ibn ‘Arabî di quanto una donna possa essere Shaykh e Maestro spirituale e di quanto gli uomini possano essere tra i suoi discepoli. Non si presti dunque attenzione a quanti dicono che un uomo non possa essere allievo di una donna, con il falso pretesto di non voler mischiare i generi sessuali, poiché storicamente e ancora ai giorni nostri, le donne sono sempre state tra i discepoli di Maestri di genere maschile. La questione è di attitudine spirituale alla conoscenza e all’apprendimento, che garantisce alla donna il suo diritto al ruolo di vita di allieva.

La donna come ricettacolo di Conoscenza Diretta (faqiha) e come Imam

Ibn ‘Arabî riconosce a Bilqis (Regina di Saba), il rango di Faqiha. Quando ella si sottomise all’Islam, lo fece senza diventare seguace di Salomone, né si sottomise alla sua guida. Invece, ella rimase libera nella sua convinzione di astenersi dal seguire un Imam o un inviato, senza intermediari. Rivelò così di possedere una fede diretta in Allah, identica a quella posseduta dagli Inviati: “Mi sottometto con Salomone ad Allah, Signore degli Universi”, contrariamente a Faraone, che invece disse: “Signore di Mosè e Aronne”.

Esaminando la vita di Ibn ‘Arabî, possiamo dire che era un uomo di scienza, ma anche di esperienza, non certo un teorico che parlava della donne come esseri invisibili o nascosti. Ciò significa che quando descrive le potenzialità femminili e ne riconosce le abilità e l’uguaglianza rispetto agli uomini, lo fa pensando alle donne che aveva conosciuto, non certo facendo congetture a proposito del “problema femminile”. Ibn ‘Arabî fa delle affermazioni basate su un’estesa esperienza di vita pratica, nel corso della quale le donne gli rivelarono i loro poteri e le loro attitudini. A proposito dell’uguaglianza tra i due generi nel campo delle competenze della conoscenza, egli assunse la posizione che una donna potesse essere Imam, guidando nella preghiera sia uomini che donne. Disse: “Ci sono alcuni che permettono alle donne di guidare la preghiera senza condizioni, sia per gli uomini che per le donne, e io sono concorde”.

Ciò è decisamente anche una questione contemporanea, con la quale nessuno studioso islamico del ventunesimo secolo avrebbe il coraggio di concordare. La ragione è presumibilmente che le autorità legali sono intrappolate nel formulare giudizi che collegano tra loro passaggi diversi delle scritture, invece che collegare le scritture alla vita reale, così come viene vissuta.

Attitudine Spirituale Femminile

Sulla scia di quanto detto a proposito della Santa di Siviglia, Fatima bint al-Muthanna, una degli Shaykh di Ibn ‘Arabî, si pone una domanda: quali gradi spirituali sono accessibili ad una donna e quale è invece il limite che non può oltrepassare?

Innanzitutto, Ibn ‘Arabî afferma che la donna accede alla perfezione unama, in altre parole diviene “Uomo Perfetto” nella sua definizione ontologica. Disse: “La perfezione non è preclusa alle donne. Se una donna è un gradino più in basso dell’uomo, è solo il gradino della sua origine nell’esistenza (ijad), essendo stata creata a partire da un uomo, ma ciò non detrae dal raggiungimento della perfezione”. Inoltre, quando Ibn ‘Arabî definì in cosa consisteva “l’essere umano perfetto” (nelle Futuhat al-Makkiyya), sottolineò che si riferiva sia agli uomini che alle donne. Allo stesso modo, nel dettagliare “Il Paese dell’Interiorità” (dawlat al-batin), con il numero di livelli e attività universali interiori, menziona che essi erano aperti sia agli uomini che alle donne.

Per controbattere allo stereotipo storico della naturale debolezza femminile, Ibn ‘Arabî scrive a proposito del potere delle donne: “E non esiste nell’Universo creature più potente di una donna - poiché ogni angelo creato da Allah dal respiro (anfas) delle donne è il più potente tra gli angeli”.

Ibn ‘Arabî si spinge così avanti da affermare che uomini e donne condividono tutti i gradi della santità, persino quello del Polo (qutb). Ma di che cosa si tratta? Cosa significa per una donna essere il “polo” agli occhi di al-shaykh al-akbar?

Per rispondere al quesito, possiamo dire che una volta divenuta Polo, una donna acquisisce il possesso del momento (waqt), diventa padrona del tempo, reggente di Allah sulla Terra, rappresentante dell’Inviato nella sua comunità, erede dell’essere prescelta, coperta dal mantello e acquisisce distinzione adamitica. E’ attorno a lei che gira il mondo: ne organizza il governo e i bisogni del mondo intero vengono a lei indirizzati. Allah resta con lei in solitudine, senza il resto del creato, e considera solo lei durante il suo periodo. Ella è il velo più alto. Alla presenza del mithal, Allah erige per lei un trono sul quale viene fatta sedere, conferendole tutti i nomi divini che l’universo le richiede e che lei chiede ad Allah. Quando è assisa sul trono nell’Immagine Divina, Allah ordina all’universo di dichiararle alleanza e renderle omaggio. Tra i suoi sudditi vi sono tutti gli esseri, bassi ed alti, tranne gli Angeli più elevati - che sono quelli “persi nell’amore” (muhayyamum) e gli afrad, i solitari dell’umanità, sui quali ella non ha autorità poiché essi sono come lei, perfetti e dotati della stessa attitudine ad essere Polo.

Ibn ‘Arabî si oppone a coloro che rifiutano di accettare la santità femminile (wilaya) così come la accettano per gli uomini. Afferma, in un passaggio privo di ambiguità, che le donne possono a tutti gli effetti diventare o essere il Polo:

E non farti offuscare dal detto del Profeta (SAW), che non prosperano coloro che danno sovranità ad una donna, perché qui si discute della sovranità data da Allah, non dagli uomini, ed egli si riferiva a quelli a cui sono gli uomini a dare sovranità. Se non fosse stato aggiunto altro a quanto già detto dal Profeta, ovvero che che uomini e donne sono fratelli (shaqaîiq), questa semplice affermazione sarebbe stata sufficiente. In altre parole, tutto ciò che spetta di diritto ad un uomo, in termini di stazioni, gradi e qualità, è altrettanto possibile per qualsiasi donna che Allah voglia”.

Il fatto che uomini e donne siano fratelli è per Ibn ‘Arab la base per sottolineare che un fratello è qualcuno che è simile, uguale ed allo stesso livello. Ne consegue che una donna sia uguale all’uomo riguardo alla potenzialità di raggiungere tutte le stazioni della santità.

Per quanto riguarda il soffitto che limita le donne, che non può essere oltrepassato, si tratta delle qualità dell’Inviato e della missione profetica (risala wa-ba’tha). Ibn ‘Arabî dice che le donne condividono il grado di perfezione con gli uomini e che questi ultimi sono favoriti dalla perfezione più che perfetta, ovvero la qualità dell’inviato e della missione profetica. Ma questo non è più rilevante: le donne sono identiche a qualsiasi altro uomo, poiché con Muhammad (SAW) si è sigillata sia la missione profetica che la possibilità di Inviati.

Principio Cosmico Femminile

Ci spostiamo ora dal concetto di donna (marîa) come essere umano individuale e indipendente, al concetto di femminile (untha), che la spinge in una duo, una coppia, una relazione con l’altro, il maschile. Ed è qui, al livello di femminle, che emergono le differenze nei ruoli e nei gradi cosmici. Ibn ‘Arabî dice, a proposito dei due aspetti di uguaglianza e discriminazione: “Chiunque consideri l’umanità, mette uomini e donne sullo stesso piano, ma chi considera il femminile ed il maschile, deve considerare le parole di Allah: il maschile ha un grado superiore al femminile, l’attivo sul passivo, con differenza tra femminile e maschile”.

E’ importante ricordare che stiamo parlando di femminilità come un grado dell’esistenza, non come un essere femminile - una donna in carne ed ossa. Questo significa che un essere maschile può essere al grado del femminile (un uomo femminile) e viceversa, così come un essere può essere maschile ad un grado e femminile nell’altro.

Donna femminile: completamento dell’essere e della gnosi per l’Uomo maschile

La prima manifestazione della donna femminile e dell’uomo maschile appare con la creazione di Adamo ed Eva e nella consumazione del loro matrimonio ontologico. Osserviamo che esiste una forte presenza di Adamo ed Eva in ogni relazione tra uomo maschile e donna femminile, secondo Ibn ‘Arabî. Parrebbe che l’inizio della creazione funga da archetipo per ogni vera relazione coniugale della storia umana.

Ibn ‘Arabî mette in rapporto la sua visione della genesi dell’uomo, della prima relazione tra i due sessi e dell’essenza dell’amore delle donne all’Amore Divino, in una maniera simbolica aperta all’interpretazione.

Completamento dell’essere per l’Uomo maschile

Ibn ‘Arabî considera il primo corpo umano quello di Adamo e, all’origine, per quanto possiamo immaginarlo, esso rassomigliava ad una scultura d’argilla da cuocere nel forno. Dalla costola di Adamo, Allah crea il corpo di Eva, che a sua volta rassomiglia ad una scultura scolpita nel legno. Ibn ‘Arabî descrive anche il desiderio ontologico che da essi si diffuse tra ogni coppia umana, dicendo: “E Allah riempì lo spazio lasciato dalla costola da cui fu creata Eva con un desiderio verso di lei, poiché nell’essere non può rimanere spazio vuoto. Quando Allah lo riempì d’aria, Adamo sentì un desiderio verso di lei come verso sé stesso, perché lei è parte di lui, e lei lo sentì verso di lui poiché lui è la sua patria, il luogo da dove proviene. Quindi l’amore di Eva è l’amore per la sua patria e l’amore di Adamo è amore verso sé stesso”.

Perciò, l’uomo maschile non trova soddisfazione nell’esistenza se non unendosi alla donna femminile, creata dal suo corpo e a sua immagine.

Questo ci apre una finestra dalla quale possiamo vedere la percezione di Ibn ‘Arabî per la bellezza femminile, nella misura in cui è possibile farlo. Diciamo che la donna desdierata che Ibn ‘Arabî desidera è la donna creata a sua immagine: guardando nella sua vita privata, scopriamo che Nizam bint Makinuddin è l’unica donna che fu capace di diventare per lui l’Eva creata dal corpo di Adamo, con la quale desiderava unirsi per ottenere soddisfazione nell’esistenza. La descrive all’inizio del Diwan, utilizzando qualità che confermano quanto detto:

Ella è l’incomparabile della sua epoca. La sua casa è la pupilla dell’occhio ed il cuore nel petto. Ella è di lunga esperienza”.

Completamento della gnosi per l’Uomo maschile

Ibn ‘Arabî discute anche una questione delicata, qualcosa che forse fa una sola volta, nell’ultimo capitolo del Fusu al-Hikam. La questione è riassunta nel fatto che Allah (haqq) non può mai essere testimoniato spogliato di materia. Dal momento che esserne testimoni non può avvenire che nella materia, che un uomo sia testimone di Allah nella donna è la più grande e più completa testimonianza. In questo senso, la donna femminile è colei che completa l’uomo maschile nella gnosi.

Questo concetto viene presentato partendo dal detto profetico: “Fui creato per amare tre cose del vostro mondo, le donne, il profumo e la freschezza degli occhi in preghiera”. Se ne deduce che la base è il desiderio dell’uomo per il suo Signore, che ne è l’origine, e per questo Allah fece amare agli uomini le donne - poiché Allah, l’Altissimo, ama l’uomo che è a sua immagine, rendendogli la donna oggetto del suo amore in quanto da lui estratta e che apparve a sua immagine.

Quando un uomo ama una donna, desidera congiungersi e unirsi a lei e quando l’atto viene consumato, il piacere si diffonde a tutte le parti del corpo, come se lui si annientasse in lei. Poi, dal momento che Allah è geloso del suo servo, ordina di fare l’abluzione maggiore (ghusl) allo scopo di purificarsi dall’“altro”, ritornando ad osservarLo in colei nel quale si è annientato, ovvero la donna.

Allah ha purificato l’uomo con il ghusl perché deve testimoniare Allah nella donna, la più grande e completa contemplazione, dal momento che è testimonianza di Allah come attivo e passivo simultaneamente. Al-Qashani insiste che questa testimonianza sia nell’atto della copula, anche se il passaggio originale indica che sia dopo l’atto sessuale ed in conseguenza di esso.

Il Femminile come Grado cosmico

Ibn ‘Arabî mostra una certa ingenuità quando descrive il femminile come un principio cosmico che permea ogni creatura e prodotto, condividendo con il maschile l’atto della creazione su ogni piano. Femminile e maschile sono uguali nella loro ampiezza ontologica, ma sono separati nei ruoli e nei gradi dell’esistenza.

Il femminile è un grado di ricezione, di passività e di esistenza sulla quale ha effetto il maschile, che possiede il grado di attivo e passivo. Il femminile è anche il luogo ove il maschile deposita, insemina, fa crescere, porta all’esistenza, della creazione e della manifestazione. Ogni essere ricettacolo e soggetto dell’azione appartiene al grado del femminile anche se è maschile; così come ogni luogo di deposito, semina, crescita e creazione è femminile anche se è maschile. Ne consegue che ogni creatura nell’universo è femminile sia a livello ontologico che gnostico.

Ibn ‘Arabî dice: Siamo femminili perciò che Egli semina in noi, sia lodato Allah. Non esiste in questo universo un maschile. Quegli uomini designati dalle usanze sono in realtà femminili: essi sono la mia anima, il mio vantaggio.

Dice: “Il grado di ciascuno che è soggetto dell’azione è quello del femminile, e non esiste nulla che non sia oggetto di un’azione. L’azione è in realtà divisa tra l’attore e l’oggetto: dal lato dell’attore proviene il potere o l’abilità, dal lato dell’oggetto la ricettività ad essere potenziato”.

Secondo Ibn ‘Arabî, femminile e maschile permeano attraverso le articolazioni dell’esistenza, ciascuna delle quali genera l’altra. Poichè non c’è alcun attore “maschile”, con la sua propensione al deposito, semina e creazione, se non attraverso l’esistenza di un femminile che recepisca tale azione, che sia da ricettacolo. Femminile e maschile sono due principi congiunti, simultanei e corrispondenti, che condividono un atto. Nonostante tutto ciò, il grado femminile è di una misura inferiore a quello maschile.

Ibn ‘Arabî trasforma il “livello” dal suo contesto sociale e di vita a quello dell’Esistenza. Considera l’uomo come esistente nell’attività mentale di Allah prima della donna, dunque precedente a lei nell’esistenza. Dal momento che l’ordine divino non si ripete mai, la testimonianza nel primo non può ripetersi nel successivo, poichè Egli non si manifesta due volte nella stessa immagine, così come non si manifesta nella stessa immagine a due persone diverse, a causa dell’Immensità Divina. E’ questo il livello per il quale l’uomo supera la donna.

In un’altra sezione della Futuhat, Ibn ‘Arabî è intento a non cancellare il livello ontologico che appartiene all’uomo, bensì a renderlo uguale a quello spirituale della donna. Dice: “Non vedi la saggezza di Allah nel dare un aumento alla donna rispetto all’uomo in termini di nomi? Dell’uomo Allah dice al-marî, mentre della donna dice al-marîah. Aumenta la donna di una “ha” nella pausa e di “ta” nella congiunzione (grammaticale). Così ella ha un grado in più in quella stazione, che corrisponde alla Sua parola, corrispondente al grado superiore degli uomini sulle donne, colmando così il divario”.

Continua nel contesto linguistico, nel quale si manifesta la superiorità femminile, dicendo: “e se non fosse stato reso alcun altro onore al femminile se non il fatto che sia l’Essenza Divina (dhat) che la Qualità (sifa) sono di genere femminile, ciò sarebbe già sufficiente”.

E’ così che Ibn ‘Arabî insiste nel mettere la donna allo stesso livello dell’uomo, dal momento che “l’universo dipende da due ordini”, ovvero dall’uomo e dalla donna.

Conclusione

Ibn ‘Arabî’ ha una visione positiva e senza ombre della donna, sorprendentemente moderna se comparata alle prospettive attuali, come quelle di alcuni estremisti islamici che considerano le donne esseri inferiori, o anche di quelli che chiedono un riassestamento storico, linguistico, legale, teologico ecc. del posto assegnato alle donne sia in Oriente che in Occidente, secondo un altro genere di limitazione.

Questa visione mostra inoltre anche l’umanità dell’Islam, purificata da tutta l’oppressione, coercizione e persecuzione delle donne che gli è stata attribuita. Sicuramente il punto di vista di Ibn ‘Arabî si estende molto oltre il sesto secolo dell’Egira per riempire la donna di santità - e le donne ne avrebbero oggi un grande bisogno - e per ristrutturare i veri principi dell’Islam, messi al bando dal tempo che passa e nascosti da interessi personali.

HU!

tratto e tradotto da Ibn ‘Arabî’s Twofold Perception of Woman - Woman as Human Being and Cosmic Principle - Souad Hakimì